Nella Terra di Mezzo...

La magia dei desideri realizzati, non è utopia, non sono loro a non esistere, ma siamo noi che li blocchiamo smettendo di crederci. (Ejay Ivan Lac)
 
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 Elenir e la Polvere di Stelle

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veniliasunita
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MessaggioTitolo: Elenir e la Polvere di Stelle   Sab Gen 17, 2015 2:22 pm

La storia che sto per raccontare, accadde molto tempo fa, quando le foreste erano sparse ovunque e nessuno osava distruggerle.
A quel tempo, le fate erano molto diffuse e per tutto il giorno vagavano tra fiori, alberi e animali indisturbate. Un giorno, mentre una nube di fatine luccicanti colorò tutte le cose (perché un tempo i colori svanivano con la notte ed il giorno dopo tutto era in bianco e nero), la Fata Blunessa, si imbatté in un fiore nuovo, appena germogliato, che conteneva una graziosa fatina, con grandissimi occhi color nocciola e morbidi capelli color genziana, la pelle color oro ed il naso all’insù. La piccola guardò stupita la sua mamma, poi ebbe un fremito e le ali d’argento si stesero incominciando a battere lievemente nell’aria. Mano nella mano, madre e figlia volarono nel cuore del bosco, dove il popolo delle fate era solito a riunirsi per fare colazione.
La piccola fatina fu sballottata di mano in mano e questo non le piacque, così, non essendo ancora capace di parlare, per liberarsi da loro, emise un fascio di luce che accecò persino una famiglia di bruchi che passava di lì per caso. Quando smise di brillare come una stella, il Regina delle Fate si avvicinò a lei e le disse “Tu ti chiamerai Elenir, Fata della luce”.
I giorni trascorsero lieti, Elenir giocava con fatine della sua età. La sua migliore amica si chiamava Milles e con loro due giocava sempre Tocili, un simpatico maschietto che non si tirava mai indietro di fronte alle avventure.
Passato un altro anno, una delle fate più anziane radunò tutte le giovani fatine sotto l’Albero Saggio e le portò dalla Regina Mitribel, che donò loro una piccola bacchettina color argento, perché imparassero l’arte di colorare il Mondo. Non era facile apprendere le magie, ma Elenir si impegnava davvero molto per essere la prima della classe.
Una giorno, la Regina chiamò a sè Elenir, Milles e Tocili per presentare loro lo gnomo Momozu, che era venuto a cercare aiuto perchè
“So che voi avete uno spiccato gusto per l’avventura ed avete imparato in fretta ad usare i vostri poteri, perciò mi affido a voi per questo particolare incarico” disse la Regina “Momozu è il capo di una miniera di gnomi ed ha bisogno di qualcuno che ripristini i colori dei cristalli per poterli distinguere. Pensate di potercela fare?”
La risposta fu piena di entusiasmo: Elenir ed i suoi amici avevano l’occasione di mettere a prova le loro capacità ed esplorare il mondo oltre i confini del loro bosco.
Momozu li condusse al suo villaggio, i cui tutto era in bianco e nero. In effetti, quel posto sembrava un po’ tetro, ma Elenir si diede da fare e con i suoi amici colorò tutto l’ambiente. Persino gli gnomi tirarono un respiro di sollievo: l’aria sembrava più fresca e profumata e gli uccellini ebbero di nuovo voglia di cantare a squarcia gola.
“Sulla montagna sopra di noi, c’è un ghiacciaio perenne e di sera le prime stelle fanno cadere dal cielo una polvere dorata che brilla per giorni e giorni, ma non si può trasportarne molta, perché è molto pesante. Per diversi anni ne abbiamo sparsa per la miniera e per i prati, che si illuminavano come piccoli cieli stellati. Purtroppo, da diverso tempo il ghiacciaio è abitato da uno stregone malvagio, che ci impedisce di prendere la nostra polvere dorata e nessuna fata vuole più vivere con noi, perché la Natura sta morendo” raccontò Momozu.
“Andremo noi a recuperare la polvere!” scattò in piedi Elenir.
“Che cosa?!” chiesero Milles e Tocili, stupiti per l’affermazione dell’amica.
“Andremo su quel monte a sconfiggere l’ombra e riprenderemo la polvere di stelle, che è tanto preziosa per questo posto. Siamo o non siamo fate di primavera? La nostra luce e la nostra polvere riusciranno a sconfiggere le tenebre!”
Si misero così in volo ed incominciarono la salita lungo il pendio della montagna. Nella giornata di sole, una brezza frizzantina anticipò l’annuvolamento del cielo e, quando i tre amici erano giunti a metà della strada, incominciò a nevicare. Una vera e propria tormenta si abbattè su di loro, che si rifugiarono nell’incavo di una roccia. Il vento presela forma di una faccia brutta e minacciosa.
“Lasciate la montagna, oh voi servitori della luce, perché qui non c’è spazio alcuno per voi!”
“No! Mai!” rispose Tocili gridando.
“Chi sei?” domandò Elenir, un po’ spaventata.
“Sono Komolus, Signore delle Tenebre! Non potete fare niente contro di me! Abbandonate la montagna se non volete perdere la vita!” e detto questo si dileguò.
I tre amici non si fecero intimorire: arrivarono in punta alla montagna e si guardarono bene attorno. L’aria era pesante, avvolta dal fumo di nubi nere, ed i loro piedi affondavano nella neve che sembrava volesse arrestarli di passo in passo.
Entrarono in una caverna fredda e buia che aveva stalattiti di ghiaccio che pendevano dal soffitto. Con molto coraggio i tre amici avanzarono nell’esplorazione giungendo in una sala che conteneva una poltrona imponente adornata da corna e pellicce. “Ma bene, vedo che gli avvisi non funzionano” cominciò a parlare Komolus, pacatamente.
“Tu hai privato gli gnomi e le fate della Polvere di Stelle!” accusò Tocili puntando il dito contro di lui.
“E non solo! Ho fatto morire i fiori e presto ne risentiranno anche le piante! Il mio dominio si estenderà poco alla volta finchè non dominerò il Mondo con la mia perfidia. Le fate e gli gnomi non contano nulla per me, sono soltanto un impiccio in più” spiegò il malvagio.
“Non te lo permetteremo! La vita e la luce sono fondamentali per il nostro pianeta, e tu non ce le porterai via!” urlò Elenir, lanciandosi verso di lui. Due mostri nascosti nell’oscurità saltarono verso di lei, ma invano, così Komolus si prese un pugno in un occhio. La fatina virò e tornò indietro, evitando gli attacchi dei mostri ed uscendo dalla grotta. Lei ed i suoi amici sprangarono la porta facendovi crescere dei rampicanti, che si insinuarono fino a dove Komolus si stava lamentando per il suo occhio, imprigionando tutti i malvagi per semrpe. Elenir trasferì un po’ della sua luce a queste piante, così mille fiori sbocciarono dentro la caverna oscura, brillando intensamente di luce d’oro, lacerando gli occhi dei cattivi abituati all’oscurità. Komolus non resistette a tale splendore ed esplose, così come esplose la punta della montagna, riversando in aria la polvere dorata che le fatine stavano cercando.
La polvere dorata si sparse in tutto il Mondo e da quel giorno i colori non svanirono più, ma sbiadirono solo un po’, facilitando così il lavoro del popolo delle fate, che dovevano solo più donare loro brillantezza. Elenir ed i suoi amici furono premiati per questo, la Regina Mitribel come ricompensa insegnò loro come si fabbricavano le bacchette magiche, cosa che non era mai stata concessa a nessuno.
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