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 Il pescatore e il segreto delle Colline Nere

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Asineth
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MessaggioTitolo: Il pescatore e il segreto delle Colline Nere   Dom Dic 21, 2014 1:49 pm

Un pescatore molto povero passava un'intera notte a cercare di rimediare qualcosa dal mare, non riuscendo nell'impresa. D’un tratto l'uomo pescò un vaso particolare di rame, contenente sul coperchio un sigillo imperiale, quello del re Salomone. Strofinando meglio l'oggetto per vederlo meglio al buio, dal coperchio esce fuori un enorme genio, pronto ad uccidere il suo nuovo padrone. Infatti lo spirito, dichiarandosi sempre ribelle e irrispettoso alle leggi del suo re Salomone, era stato ingabbiato nel vaso e il genio, rimanendoci dentro per almeno 18 secoli, meditò la morte del suo liberatore. Il pescatore tentava invano di persuadere il genio a non ucciderlo, ma questi, irremovibile, lo invitava continuamente a comunicargli quale morte avrebbe desiderato patire. Il pescatore d’un tratto pensò di raggirare il genio e così sostenne che fosse impossibile l'enorme mole del genio capace di entrare in un oggetto così piccolo. Il genio, orgoglioso, si fa sempre più piccolo entrando nel vaso, affinché il suo padrone potesse trovarsi dalla parte del torto. Ma il pescatore furbo prende immediatamente il coperchio col sigillo di Salomone e rinchiude il genio nuovamente nel vaso. Lo spirito è ormai in trappola perché la maledizione del suo re è ancora valida, e così il pescatore, per rinfacciargli la sua perfida e accecata ira, gli racconta una storia.



Il protagonista è un medico persiano di nome Dubàn che si reca alla corte del suo re di origine greca, gravemente ammalato di lebbra. Con un astuto sistema e con l'aiuto di una polvere magica, Dubàn guarisce in un giorno il sovrano che lo ricompensa e continua a ricompensarlo con tantissimi doni. Un visir geloso e perfido allora avvicina il re, comunicandogli che Dubàn gli aveva salvato la vita solo per ucciderlo in un secondo tempo. Allora il re, capendo la sua gelosia, decide di raccontargli un aneddoto curioso: quello di un certo nobile Sindibad il quale si ribellò al raggiro della moglie affinché uccidesse il figlio. Quest’uomo possedeva un pappagallo capace di parlare e di raccontare tutto ciò che vedeva durante il giorno. La moglie dell'uomo, volendo sbarazzarsi del pappagallo, simulò un temporale e il pennuto raccontò ciò il giorno dopo a Sindibad. L'uomo, sapendo che non aveva piovuto pensò che il pappagallo mentisse, perciò lo uccise ma poi se ne pentì amaramente perché scoprì l'imbroglio della moglie. Non essendo il re ancora completamente caduto nella sua trappola, il visir, mentendo spudoratamente, decide di raccontargli un'altra storia: quella di un primo ministro punito dal re.

Il visir di un nobile doveva sorvegliare la salute del principe suo figlio durante una battuta di caccia. Essendosi spinto il giovane troppo lontano, il visir non potette più raggiungerlo e così il principe fu catturato da una famiglia di orchi, riuscendo però a fuggire grazie all'aiuto divino.


Tornati alla reggia, il visir fu fatto subito strangolare.

Il re, sentita quest’ultima favola, credette davvero di essere in pericolo per causa del medico Dubàn e così decide di farlo uccidere immediatamente. Il medico, non trovando alcuna via di fuga, implorò il re di concedergli ancora un giorno per regalargli un prezioso libro che lo avrebbe protetto per tutta la vita ma lo avrebbe aperto solo dopo che la sua testa sarebbe stata posta sopra il pregiato lino che ricopriva l'opera, dopo mozzata. Il giorno seguente Dubàn viene decapitato e la sua testa, come ordinato, viene posta sopra la preziosa stoffa, d’un tratto questa si anima e comincia a parlare, ordinando al re di arrivare alla pagina sei del libro. Il re, vedendo che queste erano incollate, inumidendosi il dito, incomincia a voltare le pagine, morendo avvelenato.

E così, con questa morale truce ma onesta, il pescatore condanna il genio il quale, pentendosi, lo implorava ancora di liberarlo, promettendogli di farlo diventare più ricco di quanto pensasse. Allora il pescatore lo lasciò libero e il genio lo portò in uno stagno situato tra quattro grandi colline nere, ordinandogli di pescare dei pesci. Il pescatore prese quattro pesci tutti di colore diverso e li portò dal sultano il quale rimase molto stupito del colore delle prede. Tuttavia accade un fatto strano e curioso quando i pesci dovevano essere cotti e così il sultano volle vedere di persona da dove proveniva quel mistero. Fattosi condurre allo stagno dal pescatore, il sultano scoprì un castello in rovina e vi entrò. Dentro il sultano nota che, sebbene il triste stato di abbandono, la magione conservava ancora il suo bellissimo stato e ciò lo si vedeva dalla fontana in marmo bianco e dalle pietre preziose. Il sovrano del castello è un disgraziato colpito dalla sfortuna, costretto a vivere col corpo metà umano e metà di marmo, a causa del sortilegio della sua crudele moglie. Infatti la donna, sebbene innamorata del re, amava un altro e il marito, offeso dal tradimento, ferì gravemente il rivale alla gola, non uccidendolo. Ciò provocò le ire della donna che, fatto costruire un palazzo apposta per salvaguardare la vita dell'amante, condannò a questa pena il coniuge. Ora, dato che il moro amante non poteva parlare e muoversi a causa della ferita, la moglie ogni giorno lo andava a compiangere, dopo aver frustato il marito prigioniero; quindi il sultano, deciso a vendicarlo, uccide definitivamente il moro e ne prende il posto sul sepolcro del palazzo, attendendo la regina. Questa arriva e il sultano le comanda di ritramutare totalmente in forma umana il suo sposo e di seguito di far ritornare la felicità su quelle quattro colline, facendo ricomparire i villaggi e i popoli che lei aveva trasformato in pesci: i persiani, gli ebrei, i cristiani e i turchi. La regina, credendo che ciò contribuisse alla guarigione del suo amante, obbedisce ai suoi ordini, per poi venire tranciata in due dalla spada del sultano. Finita la maledizione, il sultano decide di adottare il giovane re come suo figlio e ricompensa di doni il pescatore.
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